Presentazione ricerca De Vivo

PRESENTAZIONE

 

Questa ricerca, promossa dalla Fondazione Mezzogiorno Tirrenico e realizzata da  Paola De Vivo dell’ Università Federico II e dal gruppo di lavoro da lei coordinato, intende offrire un inquadramento complessivo delle principali grandezze caratteristiche del sistema produttivo campano (condizioni generali dell’economia e del reddito disponibile, impieghi delle risorse, ecc.) confrontate con quelle esistenti nel resto del Paese.

Ma, soprattutto, essa si propone di svolgere una analisi di scenario sul manifatturiero, considerata la strategicità e la centralità del comparto che resta, anche in Campania, l’architrave del sistema economico e il driver fondamentale dell’innovazione, della produttività, delle esportazioni e dell’occupazione.

 Viene  scandagliata la complessità della struttura produttiva, costruendo sugli ultimi dati censuari una mappa conoscitiva dei principali comparti in cui si articola il manifatturiero e delle relative specializzazioni territoriali, con lo scopo di comprendere sia le trasformazioni dei sistemi produttivi locali tradizionali, sia i processi di formazione e di consolidamento più recenti  in tali sistemi.

Le evidenze oggettive che il lavoro di Paola De Vivo mette a disposizione sono numerose e di grande interesse. Negli anni della crisi finanziaria l’industria campana  ha subito, come nel caso di altre realtà produttive italiane, una riduzione delle unità locali e soprattutto degli addetti. Un fenomeno che si è accentuato a partire dal 2007, ma che era già in atto dai primi anni Duemila, come dimostra l’analisi dei dati riferibili al periodo intercensuario. Si assiste in ogni caso ad una tenuta della manifattura campana (non quindi ad un suo crollo), la quale peraltro ancora oggi rappresenta la parte più consistente dell’industria meridionale.

Come era lecito attendersi, le trasformazioni intervenute non sono uniformi all’interno dei sotto-settori e le configurazioni del manifatturiero in regione si sono modificate nell’arco temporale considerato dai Censimenti: se nel 2001 erano individuabili sette nuclei industriali importanti, nel 2011 solo quattro di essi conservano la loro originaria consistenza. In sostanza, si è assistito in questi anni ad una riorganizzazione spaziale dell’industria campana.

Si riconferma il carattere frammentato del tessuto manifatturiero, costituito per lo più da micro unità produttive che non superano i dieci addetti e la loro storica localizzazione. Su tutto il territorio regionale solo in tre comuni la dimensione media delle unità locali riesce a raggiungere valori di un certo peso. Si tratta di aree (Pomigliano, Riardo, Pratola Serre ) in cui  si segnala la presenza rispettivamente degli stabilimenti Fiat, Ferrarelle e Alfa Romeo.

 Ciò significa che l’apparato industriale regionale continua a conservare il suo carattere “parteno-centrico”, per quanto incalzato dal salernitano: è tutta la fascia che tra Napoli e Salerno si estende verso l’interno fino ai confini pugliesi e lucani a mostrare il miglior assetto manifatturiero.

Dal lato delle specializzazioni produttive, a parte la più generale diffusione sul territorio regionale delle industrie alimentari, spiccano per concentrazione territoriale e specializzazione le produzioni dell’abbigliamento e del calzaturiero. Anche le produzioni di mezzi di trasporto, di prodotti farmaceutici e chimici si distinguono per il loro discreto grado di specializzazione.

Altri due aspetti della ricerca meritano di essere sottolineati. Il primo: essa ha il merito di cogliere con notevole anticipo segnali di ripresa che, in uno scenario  nel suo insieme ancora molto critico,  rischiavano di essere sottovalutati. Si tratta di segnali che  sono andati via via consolidandosi  e che hanno portato lo scorso anno la manifattura campana a segnare risultati positivi di tutto rispetto nel panorama dell’intero Mezzogiorno. Secondo lo studio, invece, già a metà decennio, il fatturato industriale aumentava soprattutto per le imprese con elevata propensione all’export e gli investimenti  mostravano una dinamica migliore rispetto agli anni precedenti, seppure limitatamente alle aziende di maggiore dimensione. Sono perciò comparsi alcuni indizi di innovazione nella struttura economica regionale, poi confermati dalle analisi più recenti: il settore manifatturiero si è contratto, ma al suo interno sono aumentati sia l’incidenza delle imprese a più elevata intensità tecnologica, sia la loro dimensione media. La quota di aziende esportatrici, pur restando molto inferiore al dato italiano, è tornata a crescere nel periodo della crisi, così come l’incidenza delle esportazioni sul valore aggiunto industriale e su quello complessivo .

La ricerca non trascura di riconnettere gli aspetti descrittivi e conoscitivi alle implicazioni di policy a livello regionale, sia per quanto riguarda la ripresa degli investimenti (anche attraverso una decisa azione di attrazione), sia per ciò che attiene alla messa in campo di una politica industriale “attiva” che non assecondi “passivamente” il mercato, ma agisca su di esso per imprimere una svolta nel processo di sviluppo.

Su questi temi lo studio offre riflessioni e suggerimenti di grande interesse. Uno, in particolare, merita di essere citato, anche perché è tra gli aspetti più ampiamente condivisi dagli operatori economici: l’alleggerimento del carico fiscale di chi fa impresa e il rafforzamento di un sistema di incentivazione e di strutture finanziarie funzionale alla crescita di liquidità a disposizione di chi intende investire ed innovare.

Si tratta di esigenze, pienamente coerenti con la centralità della “rivoluzione digitale” legata a Industria 4.0 di cui oggi tanto si parla, che rappresentano un passaggio obbligato per incoraggiare e realizzare la svolta tecnologica delle PMI della Campania.

 

                                                                                     Giuseppe Rosa

                                                       Presidente della Fondazione Mezzogiorno Tirrenico

 

 

Napoli,  marzo 2018