FMT: presentati i risultati dello Studio su politiche industriali e sviluppo del Mezzogiorno

28.06.2015

a cura di Confindustria Campania

 

La Fondazione Mezzogiorno Tirrenico ha presentato i risultati della ricerca Per l’industrializzazione del Mezzogiorno. Le trasformazioni recenti, il quadro nazionale e le esperienze internazionali. Lo studio fa parte del programma di attività in corso di svolgimento per il 2015 (v. il sito della Fondazione  www.fondazionemt.it  e la news  di Confindustria Campania deI 4 giugno c.a.) ed è stato curato dal CERPEM di Bari, con il coordinamento del prof. Gianfranco Viesti.

La ricerca, di cui si allega il capitolo di sintesi e conclusioni,  compie un’ampia ricognizione delle politiche e degli specifici strumenti messi in campo in Italia e in Europa negli ultimi anni, allo scopo di fornire indicazioni concrete per una nuova politica di industrializzazione del Mezzogiorno, con particolare riferimento all’innovazione, alla crescita dimensionale, all’internazionalizzazione e allo sviluppo di cluster tecnologici.

Senza un significativo sviluppo della base industriale – sottolinea lo studio -  è difficile immaginare una crescita ma anche il solo mantenimento dei livelli di benessere del Mezzogiorno. E d’altra, parte, senza un forte sviluppo del Mezzogiorno, a iniziare dalla sua industria, è difficile immaginare una vera ripresa per l’economia nazionale, dal momento che il Sud continua a rappresentare un importante mercato di sbocco per la produzione nazionale, accogliendo il 26,5% della produzione del Centro Nord e attivandosi un ammontare di produzione pari a 40 euro nel Centro-Nord a fronte di 100 euro investiti nelle regioni meridionali.

Purtroppo, il quadro attuale delle politiche industriali italiane risulta inadeguato e molto accentuata è stata la riduzione degli interventi nelle regioni del Mezzogiorno (tra il 2008 e il 2013 il valore complessivo delle agevolazioni concesse alle imprese del Sud si è ridotto del 76%, rispetto a un calo che, per il Centro-Nord, si è limitato al 17%).

E’ emersa in particolare una tendenza a privilegiare strumenti di natura finanziaria che, se sono in grado di accompagnare i processi evolutivi delle imprese, non sollecitano però la diversificazione, non modificano le convenienze di fondo e non inducono a investire nei territori più difficili.

Da una visione d’insieme, emergono tre fondamentali problemi delle politiche industriali, come si sono andate delineando nel nostro Paese:

  • la mancanza di un quadro di riferimento unitario di lungo periodo;
  • il frazionamento delle competenze con scarse occasioni di raccordo verticali e orizzontali;
  • la frammentazione e la discontinuità di molti interventi con scarsa capacità di valutare e di apprendere dalle esperienze.

Viceversa, dalle più importanti esperienze europee – i Poles de Competitivité in Francia, i Catapult Centres nel Regno Unito, gli Istituti Fraunhofer tedeschi – emerge chiaramente come  ciò che rileva è l’obiettivo di promuovere lo sviluppo in tutte le aree del territorio nazionale, anche attraverso l’intervento di istituzioni nazionali, e di puntare al rafforzamento del Sistema Paese e non solo di alcune delle sue componenti territoriali. Inoltre, si osserva come, per ottenere risultati da politiche industriali sofisticate, non basti disegnare un bando e allocare finanziamenti perché tutto funzioni. Occorre una volontà politica costante nel tempo e una elevata capacità di accompagnamento, analisi, raccordo e valutazione.

Nello specifico, l’obiettivo prioritario di un consolidamento e di un ampliamento del sistema industriale meridionale passa attraverso una serie di strumenti illustrati nella ricerca. Tra di essi:

  • l’attrazione di nuove attività industriali, con un ambito non esclusivamente regionale, ma più esteso, selezionando imprese e investimenti più meritevoli tramite strumenti quali i contratti di sviluppo, che vedano la partecipazione, assieme ai beneficiari, delle istituzioni regionali e locali e favoriscano la definizione di intese che reggano nel lungo periodo e non si risolvano in meri aiuti al funzionamento. Il loro utilizzo può essere mirato ai grandi hub portuali del Mezzogiorno, alle operazioni di recupero urbano nelle grandi aree metropolitane (ad esempio, nell’area napoletana: Bagnoli, Napoli Est, Pompei), alla localizzazione di imprese legate alla cultura, alla creatività, alle tecnologie dell’informazione;
  • la definizione di una specifica mission meridionale della Cassa Depositi e Prestiti, recuperando il ruolo centrale di una banca di sviluppo  (sulla falsariga di ciò che sta avvenendo in molti altri paesi, anche europei) allo scopo di favorire nuove iniziative “sistemiche”, ossia di scala, complessità e durata tali che le risorse private non sono in grado di assicurare. Non si tratta di distorcere i mercati, ma di superarne gli evidenti, forti, fallimenti: la parcellizzazione dei soggetti, i vincoli di know how, gli stessi interessi alla frammentazione, le diseconomie di scala.
  • il rafforzamento delle capacità innovative delle imprese, grazie a una filiera di strumenti di volta in volta adatti alle diverse condizioni delle imprese: dalle forme più semplici per quelle di minori dimensioni, a quelle volte a sostenere più articolate iniziative di reti di imprese o cluster di imprese e istituzioni di ricerca, in ambiti coerenti con le grandi priorità di ricerca europee, anche con forme di collegamento e di rafforzamento della partecipazione delle imprese ai bandi del programma comunitario Horizon 2020.

 

Per la realtà della Campania – ha osservato nel corso della presentazione dello studio il Presidente della  Confindustria regionale, Costanzo Jannotti Pecci – sono determinanti  alcune azioni strategiche per la competitività del sistema industriale come la riorganizzazione delle ,aree,  industriali e l’efficientamento della macchina amministrativa, con la riduzione dei tempi aree industriali e la ricerca della massima efficienza della macchina amministrativa, con la riduzione dei tempi di valutazione  dei progetti d’investimento più complessi. E’ fondamentale anche, in vista di azioni di respiro infra-regionale, un coordinamento tra le Regioni del Mezzogiorno, così come vanno finalmente superate visioni miopi e localistiche, per sviluppare strategie ed interventi adeguati, anche per raggio d’azione, all’esigenza mai soddisfatta di ridurre strutturalmente il divario con le altre aree nazionali ed europee.

I distretti industriali e tecnologici, i poli logistici, le città – ha aggiunto Ambrogio Prezioso, Presidente dell’Unione Industriali di Napoli ,  possono rappresentare le leve di una strategia di attrazione che non può essere de-specializzata e basata esclusivamente su incentivazioni finanziarie, ma va al contrario legata ai vantaggi localizzativi che esistono al Sud. Ciò richiede un forte investimento politico nella promozione delle opportunità  (questione che deve rimanere nella sfera di competenze proprie di un Primo Ministro, non di un dirigente di un “soggetto attuatore”; e soprattutto interventi mirati per rendere la governance sia delle aree, sia dei progetti assai più semplice ed efficace di quanto non sia stata in passato o non sia ancora oggi. Non si tratta di commissariare le realtà locali: tutt’altro; ma di assicurare modalità di collaborazione multi-livello di tipo verticale ed orizzontale di efficacia molto maggiore.